Stampa questa pagina
Mercoledì, 14 Febbraio 2018 11:42

Omelia alla Santa Messa per la XXVI Giornata Mondiale del Malato

San Vittorino Romano, Santuario di Nostra Signora di Fatima, Domenica 11 febbraio 2018

 

 

 

 

 

Carissimi fratelli e sorelle,

 

il Vangelo di oggi ci propone una guarigione da parte di Gesù.

 

Gesù incontra un lebbroso, un uomo malato di una malattia che aveva risvolti sociali e religiosi. Era una malattia infettiva, contagiosa, che tende anche oggi a distruggere la carne dell’uomo. Per cui il malato di lebbra ai tempi di Gesù doveva vivere fuori dall’abitato, andare in giro coperto fino a sopra il labbro superiore e gridare “immondo, immondo” perché tutti sentendolo arrivare potessero allontanarsi da Lui.

 

Ma il male, ai tempi di Gesù, era considerato anche segno di corruzione interiore, conseguenza del peccato per cui chi era malato era considerato impuro e doveva stare fuori anche dal Tempio, dal luogo del rapporto con Dio.

 

Ma questo lebbroso cerca Gesù, gli va incontro, e gli grida: “se vuoi, puoi purificarmi!”. E Gesù, mosso da compassione, gli tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!” e subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. Gesù gli fece solo una raccomandazione: “Guarda di non dir niente a nessuno”!

 

In queste parole c’è senza dubbio il tema del segreto messianico che è tipico del Vangelo di Marco: l’identità di Gesù sarà rivelata soltanto alla fine quando, dopo essersi addossato su di sé tutti i nostri peccati, i mali del mondo … Egli morirà sulla croce e proprio da come Gesù amerà sulla croce e poi con la sua risurrezione si rivelerà come il “veramente Figlio di Dio”!

 

Ma nell’imporre il silenzio al lebbroso per la sua guarigione ci sta anche un altro elemento: è come se Gesù volesse far comprendere al malato che ha guarito che lo ha fatto soltanto per lui, per il suo interesse, con amore gratuito e compassionevole.

 

Questo atteggiamento di Gesù vorrei tanto che divenisse innanzitutto, ogni giorno di più, l’atteggiamento di tutti coloro che a vario livello si pongono a servizio di voi, carissimi fratelli ammalati, a partire dalle istituzioni sanitarie, ai medici, agli infermieri, fino a coloro che vi hanno accompagnato qui oggi, che abitano con voi e si prendono cura di voi, alle vostre comunità parrocchiali e a quella diocesana che vi deve considerare come dono preziosissimo di vite con malattie, problematicità ma da quando Gesù si è incarnato e ha voluto passare per la passione e la croce per giungere alla risurrezione ha voluto dare un valore importante anche a quel momento della vita – più o meno lungo, più o meno grave – che è la malattia e la sofferenza e che quindi non vi deve vedere soli, appartati dalla comunità sociale e religiosa ma caso mai, al contrario, al centro, nel cuore delle nostre attenzioni.

 

Questo atteggiamento di Gesù che va incontro al malato, quasi si confonde con lui e si compromette, mette a rischio la sua vita per lui, deve essere anche l’atteggiamento del cristiano, di ogni cristiano, di tutti noi – cosiddetti sani o malati – che abbiamo tutti da dare qualcosa per salvare l’altro o dalla malattia, o dall’infermità o dalla solitudine o da chi pur godendo di buona salute fisica ha sicuramente altre malattie più recondite e che forse soltanto venendo a contatto con chi è malato nel corpo e ascoltandolo può sanare. Sì, vorrei che tutti oggi, malati e apparentemente sani, ci sentissimo gli uni gli altri come Gesù, avessimo reciprocamente il Suo atteggiamento: ci facessimo prossimi, ci mettessimo in contatto con l’altro, lo ascoltassimo, e portandogli quello stesso Gesù che per il battesimo vive nel cuore di ciascuno di noi, dicesse al fratello: “Sì, lo voglio, sii purificato!”.

 

Ma c’è da sottolineare un altro aspetto. L’atteggiamento di Gesù verso il lebbroso, l’atteggiamento del cristiano – come ci ha detto Paolo nella II lettura – è quello di far tutto senza cercare il proprio interesse. Gesù non cerca fama, pubblicità, conferme, gratificazioni personali attraverso ciò che opera. Lui non fa i miracoli per affermare il suo potere divino e così imporsi sugli altri. Ma Lui lotta contro il male esclusivamente a vantaggio dell’uomo. Non ha secondi fini ma proprio così Gesù si rivelerà davvero per quello che è: un Dio amico dell’uomo, tutto a suo favore, a favore della sua vita, della sua libertà!

 

E in questo modo di amarci disinteressatamente Gesù fa una affermazione forte davanti al lebbroso che gli chiede: “Se vuoi puoi purificarmi”. Risponde: “Lo voglio, sii purificato”. Gesù usa raramente questo modo di operare personale. In genere è obbediente alla volontà del Padre. Qui, dato che Lui e il Padre sono una cosa sola, afferma senza tanti giri di parole quale è il Suo volere – che sicuramente è anche quello del Padre – ma Gesù lo dice per togliere ogni dubbio – qualora vi fosse – nella testa di chi lo ascolta. Gesù può e vuole la liberazione da ogni forma di male! Come: lo sa Lui, ma può e vuole la liberazione da ogni forma di male e soprattutto dalla lebbra alla quale venivano attribuiti significati sociali e religiosi nonché spirituali essendo segno di peccato.

 

E con questo “Lo voglio!” così risoluto, Gesù non soltanto si prende cura di questo malato ma proclama anche che a deformare l’immagine di Dio che è l’uomo non è tanto la lebbra ma la mancanza di compassione!

 

Marco dice che Gesù guarisce il lebbroso “perché ne ebbe compassione”. È da intendere bene però. Il Vangelo vuol dire che Gesù agisce per guarire con collera, sdegno non certo verso il lebbroso ma verso il male che giunge a sfigurare così tanto una persona umana; ma è incollerito anche contro la tradizione religiosa del suo tempo dove nel suo popolo ci si limitava a costatare la malattia e non si faceva nulla contro di essa. Anzi ci si difende da essa con norme rigide di separazione che aggravano soltanto la situazione del malato. Gesù, quindi, è adirato contro una prassi religiosa fatta di regole senza compassione. E allora si compromette Lui stesso: tese la mano, toccò il lebbroso e gli disse ….

 

Non c’è dunque da parte di Gesù soltanto una parola che guarisce, ma c’è una mano che si protende e tocca il lebbroso ristabilendo così una relazione con lui, quella relazione proibita dalla Legge di Mosè. E questa relazione diviene addirittura condivisione. Toccando il lebbroso anche Gesù diventa impuro, ne condivide la sorte tant’è che Marco annota che “Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti” … proprio come il lebbroso.

 

Gesù, cari amici malati, ama e ama alla follia, fino a condividere la malattia, anzi a fino a prenderne su di sé le conseguenze. “Se vuoi puoi …” gli aveva detto il lebbroso. Non solo vuole e può, ma mostra così quale è il suo vero potere e volere: quello dell’amore, della compassione che oltre la malattia vincono quel male più radicale che rende impuri i nostri cuori, sani o malati nel corpo che siamo: l’egoismo, la non relazione, la solitudine, la distanza dagli altri, il preconcetto, il pregiudizio …

 

Per andare incontro a tutti Gesù accetta anche di star fuori … morirà fuori di Gerusalemme … ma quel star fuori invita anche tutti noi Chiesa, operatori sanitari, membri delle associazioni che in Diocesi si occupano dei malati, a star fuori con voi andando incontro alle solitudini, alle malattie, alle tante forme di esclusione e di lebbra che noi non smettiamo mai di inventare costringendo tanti a vivere come scarto, alle periferie dell’esistenza.

 

Ebbene, come cristiani, sani o malati non importa – in virtù bel Battesimo tutti siamo chiamati ad imitare Gesù – tutti usciamo vicendevolmente verso i fratelli, mossi da compassione perché in collera contro chi potrebbe fare qualcosa per loro ma non lo fa … contro chi anziché darsi da fare per migliorare la sanità specula e taglia fondi pubblici ma non fa nulla per tagliare i propri vitalizi …, contro chi anziché preoccuparsi di come salvare la vita introduce leggi sul fine vita che chiedono che altri scelgano al mio posto o mi facciano scegliere su come vorrò essere trattato alla fine della vita quando sto ancora bene; che impongono in molti casi la cessazione dell’alimentazione e dell’idratazione aprendo così la via all’eutanasia e impedendo alle strutture sanitarie anche private e al personale medico e ospedaliero di esercitare l’obiezione di coscienza.

 

Cari amici, in questa XXVI Giornata Mondiale del Malato, Papa Francesco, ci invita a guardare alla scena in cui Gesù si dona sulla croce per amore, per vincere il peccato e la morte. Lì affida alla Madre tutta l’umanità rappresentata dall’apostolo Giovanni. E a Giovanni affida la Madre Maria che è immagine della Chiesa – e nella Chiesa ci siamo tutti: sani e malati, con pari dignità e necessità di impegno di ciascuno secondo le proprie capacità e condizioni.

 

A Maria – ossia a tutta la Chiesa – pare affidare il Suo mistero di amore, di compassione per l’uomo, di guarigione dalla malattia, dal peccato e dalla morte. A Giovanni chiede di prendere Maria ossia tutti i fratelli e le sorelle che sono membri della Chiesa e anche chi ancora non l’ha incontrata o non vi ha aderito o lo ha fatto ma poi si è allontanato da essa, con questo spirito di attenzione materna e amorosa nella propria casa, nella propria vita.

 

Oggi, Memoria liturgica della Madonna di Lourdes, tanto cara ai malati e ai tanti pellegrini che ogni anno si recano in quel luogo benedetto, chiediamo di esercitare una attenzione materna verso i malati, ma chiediamola anche ai malati che abbiano attenzioni materne verso di noi che ci pensiamo sani. Accogliamo l’amore di Gesù che purifica, che sana, che libera dal peccato e promuove vita. Con Lui, imparando da Maria che vogliamo accogliere come Giovanni la accolse ai piedi della croce, impariamo a non agire per il nostro interesse ma perché molti giungano alla salvezza impegnandoci concretamente ad uscire dalle nostre parrocchie, abitazioni, ecc. per andare negli ospedali, nelle case di chi soffre, nelle periferie dell’esistenza per portare la nostra vicinanza, per tendere la mano a chi ci chiede aiuto come Gesù fece come il lebbroso, reinserendolo in quel rapporto con Dio che è la vera salvezza dell’uomo, operando non per noi, senza chiasso, senza metterci in mostra, anzi a volte subendo qualche umiliazione purché i nostri malati come il lebbroso del Vangelo non siano mai esclusi dalla società e ancor più dalla comunità dei credenti che ha bisogno di loro per imparare come si deve aprire il cuore a Dio e ad aver fede in Lui, in Lui che ha compassione di tutti noi e ci guarisce con il dono di se stesso morto e risorto per l’umanità intera. Amen.    

 

+ Mauro Parmeggiani

 

 

Vescovo di Tivoli