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Martedì, 08 Maggio 2018 11:09

Omelia alla Santa Messa in occasione dell'arrivo in città dell'icona della Madonna di Quintiliolo

Tivoli, Chiesa di San Biagio, Domenica 6 maggio 2018

 

Signor Sindaco, illustri autorità, cari sacerdoti, religiose, fratelli e sorelle nel Signore!

La città di Tivoli si ritrova oggi in preghiera mentre accoglie l’immagine a lei tanto cara della Madonna di Quintiliolo.

La città che accoglie l’Icona di Maria è la nostra!

È la città che ben conosciamo e amiamo.

Conosciamo le sue ricchezze artistiche, culturali, archeologiche, paesaggistiche, naturali …

Dopo quasi dieci anni che sono tra voi mi sento di dire che conosco e sperimento anche io quotidianamente la bontà della sua gente che se la ami non si stacca da te.

Ma conosciamo anche le debolezze, le fragilità, le malattie di questa città che pure amiamo.

Conosciamo la povertà che si diffonde per cui alcuni sono molto ricchi e altri molto poveri.

Conosciamo come certi fenomeni di delinquenza e di malavita siano ormai di casa anche qui.

Conosciamo la difficoltà di tante buone famiglie ad arrivare alla fine del mese, la mancanza di lavoro per cui molti tendono ad abbandonare la città, come tanti anziani sentano il peso della solitudine, come la sanità pubblica non garantisca ciò che dovrebbe, come anche qui i fenomeni della malavita organizzata abbiano trasformato luoghi della campagna romana in pericolose discariche inquinanti il nostro sottosuolo.

Constatiamo come l’istituto fondamentale della società e della Chiesa – la famiglia – anche qui sia in profonda crisi, come i giovani siano preda di una cultura che non aiuta a trasmettere quei valori buoni del Vangelo che hanno fatto di Tivoli come del resto gran parte delle città dell’Italia centrale – fino a qualche decennio fa – una città profondamente cristiana.

E, lo dobbiamo ammettere con sincerità, anche nelle nostre comunità cristiane si vivono malattie spirituali, a volte manca la comunione, la capacità di perdonarsi a vicenda, di ascoltarci … A volte – spiace profondamente dirlo – anche tra parrocchie limitrofe si fatica a lavorare insieme per l’unica causa del Vangelo quasi preferendo rimanere nell’isolamento senza comprendere che soltanto l’amore, la comunione, il lavorare insieme, l’amarci vicendevolmente, genera novità di vita, amore, aiuta a superare crisi, difficoltà, solitudini, povertà vecchie e nuove che tutti sperimentiamo e verso le quali, anche verso i non cristiani, noi cristiani dobbiamo prestare grande attenzione e carità.

Tristemente ammettiamo che i fenomeni della dipendenza dall’alcool, dalla droga, del gioco d’azzardo siano sempre più diffusi, come anche di recente una ampia operazione delle forze dell’ordine abbia portato ai tristi onori delle cronache i nomi di diversi nostri concittadini che si davano allo spaccio organizzato di stupefacenti diffondendo il male e la morte tra tante giovani vite figlie di questo tempo dove si tende ad isolare le persone e a raggiungerle con i media nella propria solitudine per imporre loro ciò che corrisponde all’idea di qualcuno che facilmente manipola il nostro vivere insieme per sfruttare le nostre debolezze e imporre modelli di società e di vita difformi dalla vita buona del Vangelo che fino a qualche anno fa innervava – quasi senza che ne fossimo coscienti – la nostra cultura e i nostri modi di vivere.

Conosciamo e apprezziamo gli sforzi delle istituzioni per rendere più bella, pulita, sicura e accogliente la nostra Tivoli ma siamo anche consapevoli che più di tanto non si può fare se non collaboriamo maggiormente insieme e soprattutto – lasciatemelo dire – non torniamo maggiormente ad amarci tra noi in nome del Signore Gesù.

Questa mattina non tutti ma molti tiburtini sono qui e per le strade per accogliere l’immagine di Maria.

Entrando in città ancora una volta Maria ci mostra Colui che Lei, Madre di Dio, ha generato: Gesù!

E Gesù, in questa VI Domenica del tempo pasquale, Lui che risorto è ora con il Padre e ci dona il suo Spirito Santo ci invita: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio”.

Gesù che Maria porta a noi perché si è lasciata amare da Dio e quindi ha potuto generare al mondo l’Amore vero, quello che dobbiamo riscoprire, pare dirci accogliete il mio Figlio, rimanete nel Suo amore, osservate i suoi comandamenti affinché la gioia che Gesù può sperimentare perché in profonda comunione con il Padre, sia anche la vostra gioia. Affinché quella gioia che ha sperimentato Maria accogliendo la proposta dell’Arcangelo Gabriele di divenire la Madre del Signore possa far cantare anche a noi come a Lei – più con la vita che con le parole – il Magnificat!

Cari amici, l’amore di Dio che oggi la liturgia ci invita ad accogliere e sperimentare è generativo: il Padre ama il Figlio e lo rende capace di amare. Il Figlio, lasciandosi amare, ci ama e, amandoci rende anche noi capaci di amare. E noi, a nostra volta, lasciandoci amare dal Figlio, diventiamo capaci di amare. E amando gli altri, li renderemo a loro volta capaci di amare, così che diviene possibile amarci gli uni gli altri come siamo stati amati dal Figlio e ultimamente dal Padre.

Cari fratelli e sorelle qui riuniti, mentre accogliamo l’immagine di Maria che reca a noi Gesù, accogliamo l’invito del Vangelo a rimanere nell’amore di Gesù. Un rimanere che non è un dimorare in un amore statico ma in un amore fecondo, generativo, espansivo. Rimaniamo nell’amore di Dio, un amore che amandoci ci rende capaci di amare. Un amore di un Dio che ci chiama “amici” ossia non si impone ma si mette al nostro livello poiché un certo tipo di amore potrebbe essere alibi per impossessarsi di qualcuno, esercitare un certo potere su altri, autogratificarci …

No! Gesù ci chiede solo di lasciarci amare da Lui e di amare gli altri affinché siamo nella gioia, in quella gioia che se sperimentiamo vuol dire che stiamo camminando bene.

Domenica scorsa il Vangelo ci aveva parlato dei tralci che se vogliono portare frutto devono rimanere uniti alla vite. Ebbene la radice della vite a cui dobbiamo rimanere attaccati è l’amore con cui siamo amati, e il frutto è l’amore con cui diventiamo capaci di amare diventando tutti fecondi, generativi, vivi! E per frutto Gesù intende l’amore, l’amore del prossimo, l’amore fattivo e concreto.

Accogliamo dunque Maria in città.

Lei si è lasciata amare da Dio e ha generato il Signore.

Accogliamo allora l’invito di Gesù.

Osserviamo i suoi comandamenti, rimaniamo nel suo amore, amiamoci gli uni gli altri con quella misura ampia che ci ha insegnato Gesù: “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” considerando amici tutti, anche coloro che non fanno parte dei nostri circoli amicali, parentali, politici, di interesse, di religione, di provenienza …

Chiediamo di essere capaci tutti di dare la vita per gli altri a partire dai genitori verso i loro figli, dagli insegnanti verso i loro alunni, dalle istituzioni verso i cittadini, e io lo chiedo per la Chiesa, per le comunità cristiane, per i miei sacerdoti, diaconi, consacrate e consacrati … che tutti sappiamo amare di più, che tutti come unica misura dell’amore prendiamo quella dell’amore di Dio ossia dell’amare senza misura.

In questo impegno non siamo soli, Lui ci chiama dandoci una estrema fiducia. Vuole che cooperiamo con Lui nel dare vita e gioia al mondo accompagnandoci con il dono del suo Santo Spirito.

Ricordiamoci che a tutti in virtù del battesimo Lui continua a dirci: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”. È, questo frutto, un mondo cambiato, delle relazioni nuove stabilite tra noi.

Per imparare questo occorre però, cari amici, non soltanto il proposito o la buona volontà. L’amore umano senza lasciarsi continuamente generare e rigenerare dall’amore di Dio può trasformarsi in una filantropia che pian piano si stanca ed esaurisce.

Chiediamo allora di tenere sempre aperti i canali della preghiera, della lettura del Vangelo, della partecipazione alla catechesi, alla Messa domenicale, al sacramento della confessione e alla vita comunitaria e fraterna. Non c’è cristiano senza che altri cristiani gli abbiano trasmesso la fede, e difficilmente un cristiano può restare tale senza che altri confessino con lui il Signore Gesù. Dio ci chiama continuamente alla comunione con Lui perché è un Dio che è egli stesso comunione di Persone e quindi essere aperti al Suo amore significa essere aperti alla comunione e costruttori di comunione dandoci da fare per il bene di tutti. Costruttori di una comunione – la nostra – che è fragile e che va sempre domandata nella preghiera e custodita sapendo che essa non vuol dire uniformità ma accoglienza dell’alterità in noi affinché sia impossibile cercare e vivere simultaneamente la riconciliazione, la comunione e l’amore con tutti i membri di quel corpo a cui tutti apparteniamo per l’umanità che condividiamo e per il battesimo che ci rende tutti fratelli. Amen.

  

+ Mauro Parmeggiani  

    Vescovo di Tivoli