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Venerdì, 18 Maggio 2018 12:12

Omelia alle Esequie di Don Franco Pelliccia

Subiaco, Basilica di Sant’Andrea Apostolo, Giovedì 17 maggio 2018

(At 10,34-43; Ps 62(63); 2Cor 4,14-5,1; Lc 23,44-46.50.52-53;24,1-6a)

L’ultima celebrazione presieduta da Don Franco nella sua Parrocchia di Castel Madama, dopo 42 anni di ministero sacerdotale, è stata una sofferta Via Crucis nella serata del Martedì Santo scorso.

Da quella sera è iniziata la “sua” via crucis che a causa di un aneurisma celebrale lo ha condotto – nella sofferenza – fino al primissimo pomeriggio di martedì 15 maggio scorso dove si è concluso il suo cammino terreno.

Questa “sua” via crucis lo ha reso sicuramente ancor più conforme al Signore Gesù nel quale Don Franco ha creduto e che ha servito per tutta la sua vita ma sappiamo anche – e mi è parso opportuno ricordarlo attraverso la proclamazione del Vangelo che ho scelto per questa liturgia esequiale – che Gesù, dopo la sua tumulazione, non è più da cercare tra i morti perché è vivo, “non è qui – dicono gli uomini in abiti sfolgoranti presentatisi alle donne che andavano alla tomba per completare i riti di sepoltura del Cristo nella mattina del primo giorno dopo il sabato – è risorto!”. E così desideriamo oggi credere che anche la via crucis di Don Franco sia sfociata nella risurrezione che Gesù ha promesso a tutti coloro che avrebbero creduto, credono e crederanno in Lui.

Questa consolante certezza che Cristo è Risorto e noi con Lui risorgeremo ha sorretto tutta la vita di Don Franco sia nei momenti facili che in quelli difficili. La certezza di cui ci ha detto San Paolo nella seconda lettura ascoltata, ossia “che quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli” ha sostenuto Don Franco che non soltanto ha vissuto in questa fede ma ha trasmesso con la parola, con i gesti e con la vicinanza a tanti questa fede che è il nucleo sul quale deve ruotare tutta la nostra fragile esistenza terrena.

Questa fede nel Risorto Don Franco l’aveva ricevuta nella sua famiglia. Da papà Rocco e da mamma Anna: una donna solida, che ben ricordo, morta soltanto alcuni anni fa e sempre presente alla Messa in questa Basilica di Sant’Andrea, che non era difficile vedere con il Rosario in mano.

Da questi genitori aveva ricevuto il dono della vita il 21 settembre 1950 così come avevano ricevuto la vita la sua amata sorella Maria Assunta – anch’ella morta come Don Franco poco tempo fa – e il fratello Alberto al quale desideriamo tutti esprimere vicinanza e le nostre più sentite condoglianze. Condoglianze che si estendono al cognato e alla cognata, ai nipoti e a zia Loreta, la sorella della mamma di Don Franco, che ancora lo accudiva.

Con loro desidero assicurare vicinanza nella preghiera affinché il Signore conceda il conforto che viene dalla fede a tutti i parenti, amici e conoscenti di Don Franco e in particolare ai suoi parrocchiani di Castel Madama, al suo Vicario Parrocchiale – Don Angelo – e a quanti sono stati suoi collaboratori prima di lui: Don Leonardo e Don Ernesto. So quanto erano legati tra loro, quanto Don Franco, nonostante il suo carattere apparentemente “ruvido” volesse loro bene, volesse bene ai suoi parrocchiani sia di Castel Madama che di Cerreto Laziale e avesse per tutti slanci di generosità e vicinanza che teneva però quasi naturalmente nascosti dietro una maschera di apparente durezza montanara venata, fin dai tempi del Seminario, nel quale era entrato a nemmeno 11 anni, da un po’ di pessimismo – specie verso i Superiori – che – così ho letto in un giudizio dei suoi formatori – rendevano poco sereno il clima attorno a lui anche se seminarista credente e di preghiera … Un carattere – il suo – di cui si rendeva conto, per il quale soffriva e a volte chiedeva sinceramente scusa. Ho trovato una sua lettera scritta a uno dei suoi Superiori nella quale chiedeva scusa per i suoi modi di fare che lui stesso definiva troppo impulsivi e aggiungeva: “ma sinceramente, non sono capace di controllarmi di fronte a certe situazioni”.

In occasione dei funerali spesso tutti diventiamo santi e puri e invece mi piace sottolineare nella verità questo modo di essere di Don Franco che era “franco” di nome e di fatto, che spesso le cose non le mandava a dire ma che poi rivelava inaspettatamente tratti di dolcezza e di attenzione al prossimo che dicevano la verità dell’uomo. Sì, Don Franco non era certo un prete con il collo torto, un prete da immaginetta … Don Franco era soprattutto un uomo che Dio, per dono e mistero, aveva chiamato alla fede e poi al sacerdozio ministeriale che lui aveva accolto dicendo generosamente sì a quell’ordine di Gesù di cui abbiamo sentito nella prima lettura ossia “di annunciare a tutto il popolo e di testimoniare che egli – Gesù, il crocifisso Risorto – è il giudice dei vivi e dei morti” affinché “chi crede in lui riceva il perdono dei peccati per mezzo del suo nome”.

A questo ministero sacerdotale ricevuto il 7 settembre 1975 per le mani del Servo di Dio Mons. Guglielmo Giaquinta, essendo Amministratore Apostolico dell’Abbazia Territoriale di Subiaco l’Abate Andreotti, Don Franco è stato fedele fino alla fine. Non soltanto ricoprendo vari incarichi e servizi delicati ma anche curando la sua formazione intellettuale e spirituale.

Spesso, nel mese di novembre, in occasione dell’Assemblea straordinaria dei Vescovi italiani ad Assisi, lo incontravo con Don Giovanni Censi nella città di San Francesco dove stavano facendo insieme gli esercizi spirituali.

Tra i tanti servizi resi alla Chiesa mi piace ricordare oltre a quelli in campo amministrativo soprattutto quelli pastorali: per 22 anni fu Parroco di Cerreto Laziale e poi, dal 2005 – quindi per 13 anni –, Parroco di Castel Madama. Parroco capace e che valorizzava i suoi collaboratori dando loro fiducia. Parroco aperto al nuovo, che ben comprendeva che oggi più che mai siamo in un’epoca cambiata rispetto ad un recente passato ed è necessario cambiare anche la nostra pastorale ancora troppo legata a tradizioni e riti che spesso coprono il cuore della nostra fede.

Don Franco, amato dalla sua gente che in questo periodo ho visto anche personalmente assai numerosa nello stargli vicino con la preghiera, era però ben attento a non legare a sé le persone per condurle più speditamente a Dio, al Risorto, che ha testimoniato con credibilità fino alla fine perché nella sua vita – non soltanto in questi giorni di sofferenza fisica – ha anche molto sofferto interiormente.

Proprio questa sofferenza interiore lo aveva reso più amabile e comprensivo verso gli altri, soprattutto verso i sofferenti, e sapeva – specialmente nel rapporto personale – dare il meglio di sé, un meglio che veniva da una fede messa alla prova, da un tenersi stretto il suo ministero che amava anche quando dovette incontrare qualche incomprensione.

Pensando a Don Franco penso anche alla sua grande libertà interiore che ho avuto occasione di apprezzare per l’ultima volta qualche settimana prima del suo ricovero in ospedale, quando nulla faceva presagire quanto poi è accaduto.

Improvvisamente si presentò alla mia porta d’ufficio, in Curia, per chiedermi di poter lasciare la guida della Parrocchia alla fine di questo anno pastorale poiché si sentiva stanco. Da circa un anno aveva un pacemaker al cuore e attribuiva a questo la sua stanchezza fisica. Dopo essermi accertato che le sue intenzioni fossero ben ponderate acconsentii. E acconsentii anche perché la sua intenzione non era quella di ritrarsi a vita privata ma di mettersi in secondo piano, in ruolo subalterno ma pur sempre senza “mollare” l’esercizio attivo del ministero. Mi chiese infatti di andare ad aiutare un parroco, mettersi a disposizione per le confessioni e soprattutto per ciò di cui oggi abbiamo tanta necessità: l’ascolto. Un ascolto che desiderava prestare in particolare alle coppie in crisi, a quanti – secondo quanto ci chiede Papa Francesco in Amoris laetitia – chiedono di essere ascoltati, accolti, accompagnati, integrati nelle nostre comunità.

In quella occasione apprezzai la sua libertà interiore. Quanti sacerdoti, ma anche Vescovi o fedeli laici faticano a lasciare ciò che fanno da anni … Don Franco invece era disposto a farlo dicendomi che lo faceva per il bene non soltanto suo – che sentiva la necessità di rinnovarsi – ma anche della sua gente che dopo un po’ di anni forse necessitava di voci nuove, metodi pastorali diversi, uno scossone dal torpore spirituale e pastorale nel quale a volte cadono le nostre comunità.

Quel desiderio in fondo è stato esaudito. Lo scossone alla comunità di Castel Madama è arrivato. La sofferenza e la morte di Don Franco facciano riflettere tutti su come dobbiamo divenire insieme corresponsabili dell’annuncio del Risorto nell’oggi della storia, nel vostro paese anche in questi giorni segnato da un episodio drammatico che dice la fragilità di tanti nei nostri tempi dove la vita vale 60 euro …

Faccia riflettere come dobbiamo amarci maggiormente, criticare meno e lavorare di più per il Vangelo e per il prossimo.

La prematura morte di Don Franco faccia riflettere anche noi sacerdoti. La vita è un breve passaggio che dobbiamo cercare di vivere al meglio. Un passaggio non esente da fragilità ma sempre accompagnato dall’amore di Dio che ci chiama a servirlo in comunione per le strade che Lui pensa per ciascuno affinché viva nella gioia in attesa della gioia piena.

Qui, nella sua natia Subiaco, mentre proseguiamo questa celebrazione di suffragio per la sua anima, affidiamo Don Franco alla Misericordia Divina. Chiediamo che la sua sete di verità e di amore, giunto al cospetto di Dio, possa essere saziata affinché la sua bocca possa lodare Dio per l’eternità.

A Don Franco affidiamo anche una richiesta da presentare a nome della sua Chiesa diocesana al Signore. Con la morte di Don Franco se ne va un sacerdote ancora abbastanza giovane che poteva dare ancora molto alla nostra Chiesa. Che lui, ora, interceda per noi affinché chi eventualmente sentisse la chiamata al sacerdozio – perché Dio, siatene certi, chiama ancora – sappia rispondere un sì generoso, un sì per continuare quel mandato che accolse Don Franco e che fu affidato alle donne il mattino di Pasqua: non cercate tra i morti colui che è vivo. Non è qui, è risorto! Amen.

+ Mauro Parmeggiani

    Vescovo di Tivoli