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Martedì, 14 Maggio 2019 08:13

Omelia alla Santa Messa per il 40° anniversario della Dedicazione del Santuario di Nostra Signora di Fatima in San Vittorino Romano

Lunedì 13 maggio 2019

Carissimi fratelli e sorelle,

esattamente quaranta anni fa – il 13 maggio 1979 – il mio compianto predecessore, S.E. Mons. Guglielmo Giaquinta, dedicava a Dio questa chiesa nella quale ci troviamo.

Opera dell’Architetto Lorenzo Monardo, fu pensata come una tenda che viene calata dall’alto sul popolo o, viceversa, come una tenda che copre un popolo che si eleva verso Dio.

È in realtà una icona della Chiesa di cui Maria è Madre e Immagine.

La Chiesa che è una sposa riempita dall’amore di Dio, dallo Spirito del Risorto – come abbiamo ascoltato nella seconda lettura –. La Chiesa che è un popolo che grazie al battesimo, all’accoglienza dello Spirito del Risorto passa dall’essere Babilonia – la città divisa, corrotta, peccatrice, caotica – a compartecipe della santità, compartecipe del clima che invade la Gerusalemme del Cielo che si fa sposa di noi – uomini peccatori – affinché possiamo a nostra volta divenire sposi del Risorto e conseguentemente sposi per i nostri fratelli chiamati tutti con noi e come noi ad un patto nuziale con Cristo.

Modello di questa sponsalità è sicuramente Maria: Lei è la semplice ragazza di Nazareth che riempita di Spirito Santo diviene insieme sposa e madre di Dio. E, nello stesso tempo, è modello di come la Chiesa grazie al mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù, partecipa pienamente del suo Spirito e può essere per tutti immagine di quello sposo che va incontro alla sposa, all’umanità per riportarla a Dio.

Sì, Maria è questo e può questo, perché è l’Immacolata, è la prima creatura prescelta da Dio, senza peccato originale, per generare al mondo il Cristo e quindi la prima creatura assunta in Cielo in anima e corpo e che quindi dal Cielo può venirci incontro come viene incontro la Gerusalemme Nuova dove non c’è più pianto, lamento, affanno e morte, per consolarci ed invitarci a convertirci per essere un giorno anche noi annoverati nella Gerusalemme celeste dove chi regna è l’agnello immolato ma ritto in piedi, sul suo trono, ossia difendendo il suo popolo dagli attacchi del male con il suo braccio forte e potente.

Nella architettura di questa chiesa di cui oggi celebriamo la dedicazione a Dio possiamo così vedere anche una immagine di Maria che è una creatura che è stata adombrata dallo Spirito e portata verso Dio, Assunta in Cielo ricordandoci così quale è la meta della Chiesa, la nostra meta finale. E nello spesso tempo, Lei, partecipando della Gloria di Dio, prima cittadina – potremmo dire – della Gerusalemme celeste, ci viene incontro e ci chiama – così come è avvenuto a Fatima – alla conversione, alla preghiera, al perdono, a divenire costruttori di pace, riparatori di tutte quelle ferite inferte al Cuore di Gesù da parte di chi ancora non sente la necessità di uscire dal cono d’ombra del peccato e passare alla Luce di Cristo, affinché tutti possiamo vivere sulla terra pur con le nostre fragilità ma con una grande nostalgia per il Cielo e nello stesso tempo una grande passione per far entrare sotto questa tenda, nella Chiesa-popolo di Dio il maggior numero di fratelli e sorelle non tanto con lo stile del proselitismo ma con la nostra vita buona, in comunione fraterna, vissuta nella carotà reciproca e che quindi diviene attraente!

Maria immagine della Chiesa, questo edificio con la sua forma originale, ci aiutano a leggere il Vangelo che abbiamo ascoltato: quello di Gesù che entra in casa di Zaccheo.

Zaccheo: un pubblicano e ricco. Un uomo inviso ai suoi connazionali perché a servizio dell’Imperatore romano – era colui che riscuoteva le tasse per l’Imperatore – e ricco perché maneggiando tanti soldi probabilmente molti gli erano rimasti attaccati alle mani … Il Vangelo ce lo descrive inoltre “piccolo di statura”. Statura fisica ma anche statura morale. Potremmo dire che ci assomiglia tanto …

Ha un desiderio. Un desiderio ancora molto umano. Ha sentito parlare di Gesù, vuole vederlo passare più per curiosità che per interesse, sale su un albero perché c’è una folla di persone che non gli permettono di vedere Gesù al suo passaggio – una folla come tante sono le persone e le voci di coloro che anche oggi non ci permettono di vedere Gesù che vuol passare anche nella nostra vita – e mentre cerca di guardarlo dall’alto in basso, mentre pensa di essere lui a guardare Gesù, è Gesù che lo guarda e gli dice: scendi perché oggi vengo a visitarti a casa tua.

Qualche Padre della Chiesa dice addirittura che Cristo lo guarda negli occhi da un altro albero: quello della croce e da lì gli usa misericordia, amore, perdono.

Anche nella Chiesa accade la stessa cosa. Spesso ci avviciniamo a Lei pensando di avvicinarci così anche a Dio. Spesso vi andiamo per abitudine, tradizione, perché si è sempre fatto così. Stasera forse siamo venuti qui per vedere l’immagine della Madonna che viene da Fatima … E pensiamo di essere a posto con la vita cristiana, la nostra coscienza, il nostro essere veri cristiani … abbiamo fatto qualcosa di buono per Dio. E invece è Dio che in Cristo, nato nel grembo di Maria, prende l’iniziativa, entra nella nostra casa e ci trasforma. Trasforma il singolo come la comunità in uomini e donne che incontrati dallo Sposo diventano a loro volta sposi per gli altri perché amati da Dio; divengono dei convertiti … come Zaccheo: “se ho rubato a qualcuno restituisco quattro volte tanto … do la metà di ciò che possiedo ai poveri …”.

E così anche per Zaccheo giunge la cittadinanza della Gerusalemme Celeste – potremmo dire – diventa un vero discepolo di Gesù!

Cari fratelli e sorelle, stasera, decidiamoci una volta anche noi da che parte stare!

Nella prima lettura abbiamo ascoltato come lo scriba Esdra da una tribuna di legno, dall’alto, aiutato da Neemia e altri leviti lessero al popolo la Legge di Dio. E tutti davanti a Dio che parlava dall’alto sentirono la loro distanza da Dio, il loro peccato e piangevano. Ma quelle lacrime di pentimento, di sentimento di lontananza da Dio ma nello stesso tempo di desiderio di vicinanza furono apportatrici di salvezza. Neemia disse al popolo di andare, fare festa, ricordare quel giorno che ha riempito in questo modo della gioia che solo viene da Dio la loro vita.

Cari fratelli e sorelle ringraziamo dunque Dio per aver posto in questo luogo questa chiesa dentro la quale tanti hanno potuto cercare Dio, ascoltare la Sua voce, ricevere i sacramenti e convertirsi. Nonché divenire missionari nel mondo dell’amore e del perdono ricevuto.

Ringraziamo Dio per il dono della Chiesa che è il popolo al quale apparteniamo per il battesimo. Nel quale Dio ci viene incontro con la sua Parola letta con la Chiesa e nella Chiesa, i sacramenti, la fraternità e noi come tutti sotto l’unica tenda dell’amore di Dio che ci viene incontro in Cristo camminiamo protetti dalla Sua ombra verso l’incontro definitivo ed eterno con Lui.

Ringraziamo per il dono di Maria. La Madre della Chiesa che lasciandosi riempire dallo Spirito ci ha portato Cristo, che assunta con Lui nella gloria è sposa che ci viene incontro anche con le sue rivelazioni private – come quella di Fatima – per invitarci a tornare a Dio, ad essere uno con Lui e quindi proiettati verso i fratelli a partire dai più piccoli, dagli ultimi e da quanti sono considerati scarti di questa società.

A Dio dunque il nostro grazie che si fa impegno, impegno di estendere l’annuncio dei Cieli nuovi e della terra nuova dove non ci sarà più posto per il pianto, la sofferenza e la morte a tutti perché credendo si rinnovi il mondo, la società, la famiglia, la Chiesa che ancora cammina nella storia e insieme raggiungiamo la Patria celeste.

Maria, Vergine di Fatima, interceda per noi. Amen.

  + Mauro Parmeggiani

                                                                                     Vescovo di Tivoli e di Palestrina